domenica 20 novembre 2011

L'elettrocinesi di Lars Von Trier


Scheda
Il regista Lars Von Trier presenta al Festival di Cannes il suo ultimo capolavoro: Melancholia, grazie al quale Kirsten Dunst vince il Premio per la miglior interpretazione femminile.

Trama

Due sorelle si confrontano con le vicissitudini quotidiane in uno squarcio sulle loro vite normali deformate dall’imminente pericolo del pianeta Melancholia che si avvicina alla Terra.

Cast
Justine: Kirsten Dunst
Claire: Charlotte Gainsbourg
Michael: Alexander Skarsgård
John: Kiefer Sutherland
Gaby: Charlotte Rampling
Leo: Cameron Spurr
Dexter: John Hurt
Weddin Planner: Udo Kier
Jack: Stellan Skarsgård
Tim: Brady Corbet


Corpo e mente in collisione: un dipinto a tinte spaziali della turba psichica. 
Come passare 8 minuti a fissare un’incomprensibile quanto audace intro: sintonizzarsi sul proprio canale di massima emotività, lasciare da parte pregiudizi e paure derivanti dal timore naturale dei film targati Von Trier, e prepararsi ad un viaggio onirico in compagnia di Melancholia, nelle sale italiane da ottobre.

Parte 1: Justine
Tutto ha inizio con un matrimonio, eppure non sono i legami il vero cardine di questa stramba trama. Una famiglia a dir poco eccentrica accompagna una sempre meravigliosa Kirsten Dunst che interpreta il ruolo di un’ambigua donna, all’apparenza perfetta, messa alle strette dall’inquietante presagio di un imminente apocalisse, presentatoci con un allegro sguardo su personaggi forti, oscuri, viziati e fin troppo realistici. Di tutto parla il film, fuorché di famiglia. Però eccola lì, una fragile benestante accozzaglia di caratteri opposti: un padre sornione ai limiti dell’indecenza, una madre autoritaria e coraggiosa la cui sterilità sarà pari solo alla maestria dell’attrice, Charlotte Rampling, di renderla vivida e penetrante, una sorella ansiogena e mutevole, che si potrebbe azzardare dicendo che soffra di disturbi di bipolarità, e la protagonista, Justine, unico personaggio che racchiude tutto degli altri e che, allo stesso tempo, rimane oscuro fino all’ultima ripresa focalizzata sulle sue sottili labbra, increspate da un leggero tremore. Mitico il personaggio del wedding planner, unico elemento di normalità a tal punto da risultare grottesco in una compagnia decisamente sopra le righe. La denuncia dell’anomalia è dettata proprio dalle sue poche battute, che cercano di attrarre lo sguardo dello spettatore, ormai stordito ed ammaliato dall’incomprensibile, alla dura e concreta realtà di quello che sembra il filone base: l’insormontabile spietatezza dell’essere umani in una società che non lascia tempo alle vere sensazioni. L’inconsistenza dello sposo è, infine, talmente forte da non renderlo nemmeno patetico, ma ridicolo perfino nel momento di più profonda e alta critica mossagli dalla tagliente Charlotte Rampling, arcigna e schietta vipera che, inevitabilmente, lo pone in imbarazzo durante il peggiore discorso mai realizzato nella storia dei matrimoni cinematografici. Ma tutto ciò viene perdonato di fronte alla tenerezza angelica di Alexander Skarsgård (che probabilmente farebbe meglio a vestire, o svestire, i panni del vampiro in True Blood – famosa serie tv tratta dai libri di Charlaine Harris - piuttosto che di un invertebrato senza alcuna ragione d’essere), inondando la scena di una luminosità che verrà certamente anelata fino allo spasmo nella seconda parte del film.
L’attesa e il suo deleterio peso, rallentano volontariamente il ritmo della storia e rendono la trama un declino inarrestabile verso l’ignoto. Ogni cosa sembra non poter né dover accadere, eppure i tasselli sono spinti ad incastrarsi a forza. Incantevole la musica, che rapisce ad ogni singola nota, mentre risulta scattante, a volte fastidiosa, la ripresa, che con la sua velocità e distanza dalla scena costringe a sentirsi intrusi in questa storia che non ha un senso soltanto, ma mille direzioni e a seconda dell’occhio che vi si posa, assume varie e contraddittorie sfumature.
“Sei al tuo matrimonio, non sei arrivata nemmeno a metà strada”
La nebbia si dirada, il cavallo galoppa e, giù per il sentiero, la sposa corre, dice di aver provato a vivere un rapporto, ma forse non troppo. D’altra parte che duri 10 anni o un paio d’ore, il matrimonio non è quasi mai un patto vincente, a maggior ragione se Justine passa dall’euforia alla crisi depressiva non per semplice crollo esistenziale, bensì per una nota preconizzante che il personaggio acquista mano a mano che la presenza del cavallo, già utilizzata in senso figurato ed inquietante nell’Antichrist dello stesso regista, aggiunge con un tocco di compassione e riflessione nei confronti della natura, elemento chiave nel travagliato rapporto del regista (e in questo caso, anche scrittore) con la vita.


Parte 2: Claire
“Melancholia passerà dritto davanti a noi, e non ci sarà mai spettacolo più straordinario”: sembra quasi un’autocelebrazione mascherata da battuta chiaritrice (in effetti, era ora) dell’incastro narrativo, ma più probabilmente il vero motivo della presenza di questo breve passaggio è da ricondurre all’evidente stato di turbe mentali che verte sulla famiglia e che, tramite un simbolico parallelismo, viene esplicata con l’avvento di un elemento esterno pericoloso e fatale in arrivo sul pianeta. Andando a fondo nella questione si potrebbero vedere i personaggi come piccoli cosmi a sé, che incontrandosi danno luogo a continue esplosioni e scontri, tuttavia l’estrema lentezza e calma della trama, delle battute e della recitazione portano, invece, ad una sgradevole accettazione dell’impossibilità di amare ogni familiare, tanto da ridefinirne i membri quando gli istanti sono tutto ciò che rimane. L’attesa, ancora una volta, lede quel sottile strato di vetro che sorregge lo spettatore dal cadere nell’oblio, in questa seconda parte si può sentire chiaramente che un dettaglio sfugge, così col fiato sospeso si attende una spiegazione, una tragedia, nella speranza che la camera rapisca nuovamente il subconscio comune.
Ed ecco che Von Trier non tradisce, serve il suo piatto di angoscia mista ad amarezza, inaspettatamente con un guanto delicato, scegliendo la dolce via della placida distruzione: poco per volta ci regala un finale da capogiro realizzato con una maestria tale da meritare la pazienza che un genio così bizzarro può richiedere di fronte ogni sua opera. Infatti, guardare questo film sarà difficile come per il cavallo di Justine attraversare il ponte, qualcuno non lo farà per noia, qualcun altro per paura, altri perché riconoscono la poca digeribilità delle opere di Von Trier, ma per tutti coloro che hanno già attraversato il ponte, domando il proprio cavallo/subconscio, al di là di esso non troveranno ciò che si aspettavano, ed è giusto così.
“Eccolo è lì, il passato ravvicinato”.


Isabella

3 commenti:

  1. Grazie per la splendida recenzione. farò in modo di vedere presto il film! =) C.

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  2. grazie a te per il commento! tieniti aggiornato con la nostra sezione cinema, usciranno altri pezzi di tuo interesse, se questo ti è piaciuto. Isabella

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